Oggi sono rimasto fermo, immobile dinanzi a questa opera ed al mistero che essa racchiude; mistero celato nello sguardo dei suoi protagonisti, nei loro gesti. Fermo a chiedermi: <<Come è possibile che Gesù abbia formulato simili parole? >>. Il suo sguardo è rassicurante, anche se non completamente sereno. Vi si legge appena un’onda d’inquietudine, un fremito che tradisce forse un qualche rimprovero nei confronti della Maddalena. E queste parole, anche nella forma di un “non mi trattenere”, assomigliano più ad un imperativo che ad un’esortazione, più ad un rimprovero che non ad una preghiera.
Ho aperto questo blog da uno dei tanti terrazzi che si affacciano su questa città, inizialmente per mostrarla attraverso il mio sguardo meravigliato. Mi accorgo invece che, involontariamente, è sempre più il mio sguardo che descrivo, sguardo che ad essa appartiene. Nello scrivere sono diventato permeabile ai suoi occhi e forse di lei la sola cosa che posso svelare, è il suo modo unico di vedere le cose.
lunedì 12 marzo 2012
Convalescenza
Mi sono affezionato alla mia tosse, alla mia cecità, ai miei occhiali.
E poi ancora mi sono affezionato alla mia cura, alla mia malattia.
E voi a cosa vi siete affezionati? Alle vostre calze sporche, ai vostri pigiami?
Al fondo del tè dentro le teiere, fatto di limoni lessi che hanno ormai dato?
Al silenzio mi sono affezionato, al tempo che passa uguale a se stesso che scende sul tempo di prima,
aggiungendo altro tempo ad un tempo che scorre si accumula e mai straborda dal bordo del tempo.
Alle lattiere bruciate, ai lampioni mai spenti che ammassano la loro luce polverosa su questa città
stanca, come i miei occhi che hanno smesso di guardare.
Roma, 27/02/2012
E poi ancora mi sono affezionato alla mia cura, alla mia malattia.
E voi a cosa vi siete affezionati? Alle vostre calze sporche, ai vostri pigiami?
Al fondo del tè dentro le teiere, fatto di limoni lessi che hanno ormai dato?
Al silenzio mi sono affezionato, al tempo che passa uguale a se stesso che scende sul tempo di prima,
aggiungendo altro tempo ad un tempo che scorre si accumula e mai straborda dal bordo del tempo.
Alle lattiere bruciate, ai lampioni mai spenti che ammassano la loro luce polverosa su questa città
stanca, come i miei occhi che hanno smesso di guardare.
Roma, 27/02/2012
mercoledì 14 dicembre 2011
Il Portiere di Notte all' Azzurro Scipioni
Questa domenica sono stato all'Azzurro Scipioni ( http://www.azzurroscipioni.com/ ) , che segnalo con un certo entusiasmo, in apparenza (e credo nella sostanza) una tempio di cinema e poesia (nel volantino c'è scritto <<ingresso gratuito ai netturbini>>), programmato da Silvano Agosti ( http://www.silvanoagosti.com/ ).
Il film che ho visto è stato <<Il portiere di notte>> (1974) della Cavani, un film che parla di noi, degli uomini tutti, dell'impossibile fuga dal male e dal dolore che ci appartiene, del conseguente tentativo di rifugiarsi nell'amore come unica via d'uscita. Parla della follia, mettendone in luce le difficoltà di definizione quando la ragione diviene non più contrapposta o giustapposta ad essa ma subalterna ad una passione che è tutt'altro che animale; è anzi essa stessa , passione e follia, la sola cosa che rimane umana, l'essenza stessa dell'umanità.
martedì 6 settembre 2011
Fine d'estate
Dopo una breve ricerca ho ritrovato Cassiopea, ma le stelle dell'Orsa Maggiore sono sparite, nascoste tra l'alone di luce del Ministero Aeronautica.
A. mio, lo ricordi quel campo da tennis abbandonato nel bosco?
Cosa ci hanno insegnato quelle lunghe estati a S.Lorenzo passate insieme sul campo a giocare la nostra interminabile partita? Cosa ci hanno insegnato quei lunghi meriggi estivi passati davanti al solito film di Bud Spencer o Franco e Ciccio? E quelle interminabili passeggiate in macchina ad ascoltare De Andrè? I nostri occhi appena sopra il finestrino: avari nello scrutare un mondo carico di seducenti misteri, mai svelati in quei paesaggi sempre uguali a se stessi: le vigne, i campi di girasole, i cartelli pubblicitari al bordo della strada. E poi il tempo del ritorno, che celava qualche volta la speranza di ritrovare i nostri genitori, la loro macchina parcheggiata sotto casa, in un tempo senza telefoni in cui tutto era possibile e la felicità ancora così a portata di mano.
A. mio, lo ricordi quel campo da tennis abbandonato nel bosco?
Cosa ci hanno insegnato quelle lunghe estati a S.Lorenzo passate insieme sul campo a giocare la nostra interminabile partita? Cosa ci hanno insegnato quei lunghi meriggi estivi passati davanti al solito film di Bud Spencer o Franco e Ciccio? E quelle interminabili passeggiate in macchina ad ascoltare De Andrè? I nostri occhi appena sopra il finestrino: avari nello scrutare un mondo carico di seducenti misteri, mai svelati in quei paesaggi sempre uguali a se stessi: le vigne, i campi di girasole, i cartelli pubblicitari al bordo della strada. E poi il tempo del ritorno, che celava qualche volta la speranza di ritrovare i nostri genitori, la loro macchina parcheggiata sotto casa, in un tempo senza telefoni in cui tutto era possibile e la felicità ancora così a portata di mano.
mercoledì 17 agosto 2011
Parlano le mura di palazzo Cenci (con la voce delle Strolling Stories)
Seguendo un suggerimento sulle pagine del Corriere della Sera di Roma del 15 Agosto, ho prenotato una passeggiata narrante nel ghetto di Roma. Più precisamente un piccolo gruppo teatrale ( Strolling Stories ) porta a passeggio gli spettatori, calandoli nelle atmosfere delle cupe vicende sviluppatesi intorno al conte Francesco Cenci e reinterpretando le Cronache italiane di Stendhal attraverso la narrazione di una delle sue vittime: la sposa Lucrezia Petroni. La drammatizzazione è essenziale e delicata. Le fa da cornice il monte dei Cenci con i suoi cupi palazzi, che sembrano partecipare con la loro silenziosa e profonda voce alle vicende narrate, aggiungendo un terzo implicito livello alle due linee narrative offerte dalla voce appassionata di Giovanna Conforto (che interpreta il personaggio di Lucrezia e che parla diretta ed immediata alla nostra anima) e da quella chiara di Daniela Corradini (che riporta la vicenda nel suo ambito storiografico, rivolgendosi alla parte razionale di noi) .
martedì 16 agosto 2011
Sfilata davanti ad un misantropo (al tempietto del Bramante)
25 marzo 2011, San Pietro in Montorio, tempietto del Bramante, un misantropo scrive seduto sulle scale...
Mi chiedo imbarazzato se ci sia qualcosa che mi renda felice e mi appaghi completamente. Mi verrebbe da rispondere che si, una cosa c'è: il contatto con la natura ed insieme ad esso un allontanamento dagli uomini. Le loro voci rumorose mi arrivano come grossolane e volgari. Parlano del tempietto del Bramante che si trova alle mie spalle: <<E' bellissimo, hanno fatto bene a farlo all'aperto.>>, ..3 donne, all'accademia spagnola. Ho perso fiducia nel prossimo o forse non ho ancora smesso di averne paura. Mi piacciono quelle figure delicate, dal tono soave della voce, che parlano silenziose e intervallano le brevi conversazioni con delle lunghe pause.
Mi chiedo imbarazzato se ci sia qualcosa che mi renda felice e mi appaghi completamente. Mi verrebbe da rispondere che si, una cosa c'è: il contatto con la natura ed insieme ad esso un allontanamento dagli uomini. Le loro voci rumorose mi arrivano come grossolane e volgari. Parlano del tempietto del Bramante che si trova alle mie spalle: <<E' bellissimo, hanno fatto bene a farlo all'aperto.>>, ..3 donne, all'accademia spagnola. Ho perso fiducia nel prossimo o forse non ho ancora smesso di averne paura. Mi piacciono quelle figure delicate, dal tono soave della voce, che parlano silenziose e intervallano le brevi conversazioni con delle lunghe pause.
giovedì 11 agosto 2011
Il frutto amaro di un fiore mai colto
Troppo piccolo il cuore per contenere le infinite possibilità della vita,
troppo avaro per lasciarne andar via anche una soltanto.
Ed in questo perenne sovraffollamento rischia di scoppiare,
spargendo al suolo i frutti amari di quei fiori mai colti.
Triste libagione che propizia un triste Dio.
Ed allora cosa possiamo fare? Forse scegliere?
Come Adamo ed Eva posti davanti all'albero della conoscenza
qualsiasi decisione prenderemo, il nostro paradiso ci verrà sottratto.
Se scegliere non si può, ricorreremo all'inganno:
Ci faremo mendicanti e raccoglieremo quei resti lasciati sul terreno.
Ci faremo bari al cospetto di Dio per reinserirli nel ciclo infinito dell'esistenza
e concederci un'unica possibilità.
Ed arriverà forse il nostro tempo:
mille vite prima dell'unica insieme a te
E mille altre dopo ne tollererò ancora,
per quell'unico istante insieme.
troppo avaro per lasciarne andar via anche una soltanto.
Ed in questo perenne sovraffollamento rischia di scoppiare,
spargendo al suolo i frutti amari di quei fiori mai colti.
Triste libagione che propizia un triste Dio.
Ed allora cosa possiamo fare? Forse scegliere?
Come Adamo ed Eva posti davanti all'albero della conoscenza
qualsiasi decisione prenderemo, il nostro paradiso ci verrà sottratto.
Se scegliere non si può, ricorreremo all'inganno:
Ci faremo mendicanti e raccoglieremo quei resti lasciati sul terreno.
Ci faremo bari al cospetto di Dio per reinserirli nel ciclo infinito dell'esistenza
e concederci un'unica possibilità.
Ed arriverà forse il nostro tempo:
mille vite prima dell'unica insieme a te
E mille altre dopo ne tollererò ancora,
per quell'unico istante insieme.
domenica 7 agosto 2011
L'estasi della Sciamana
Ho visto ballare una sciamana impazzita
era seduta sulla cappelliera del mio scompartimento.
Si agitava convulsamente nel tentativo disperato
di squarciare il velo che separa le nostre realtà.
Ed alla fine, ahimè, non vi è riuscita:
esausta, triste e disperata si è abbandonata
piangendo la sua sorte di relegata tra il dentro e il fuori,
prigioniera di un tempo che scorre diverso dal mio.
era seduta sulla cappelliera del mio scompartimento.
Si agitava convulsamente nel tentativo disperato
di squarciare il velo che separa le nostre realtà.
Ed alla fine, ahimè, non vi è riuscita:
esausta, triste e disperata si è abbandonata
piangendo la sua sorte di relegata tra il dentro e il fuori,
prigioniera di un tempo che scorre diverso dal mio.
lunedì 25 luglio 2011
Auditorium Madrid
Questo Albergo assomiglia ai recessi di certi pensieri:
Immenso, grandioso, con degli interni pretestuosi.
Ma lontano dalla vita vera.
Tutto vuole sembrare più grande , anche il tempo ha bisogno di cento pendole per non arrivare in ritardo. E tanti camerieri si affaccendano qui dentro per niente.
Servendo una vita di plastica che solo serve a dormire una notte o due. Ma non di più. Per dormire a lungo serve la vita vera, quella opaca e senza riflessi che si trova semmai in alcuni alberghi del centro.
La cosa che appare più strana è come tutto questo cemento possa reggersi in piedi su basi così molli. Sembra un elefante in equilibrio su una ragnatela. L'offerta week-end il lobby-bar il rapporto qualità-prezzo? Due elefanti ubbriachi sul filo di una ragnatela. Ed il pianista? Una mosca solitaria caduta nella tela, che fa sentire il suo agonizzante ronzio. Ed il ragno non si vede. È nascosto bene. Ma anche questa è vita, come ogni miracolo forse più vita del resto!
Immenso, grandioso, con degli interni pretestuosi.
Ma lontano dalla vita vera.
Tutto vuole sembrare più grande , anche il tempo ha bisogno di cento pendole per non arrivare in ritardo. E tanti camerieri si affaccendano qui dentro per niente.
Servendo una vita di plastica che solo serve a dormire una notte o due. Ma non di più. Per dormire a lungo serve la vita vera, quella opaca e senza riflessi che si trova semmai in alcuni alberghi del centro.
La cosa che appare più strana è come tutto questo cemento possa reggersi in piedi su basi così molli. Sembra un elefante in equilibrio su una ragnatela. L'offerta week-end il lobby-bar il rapporto qualità-prezzo? Due elefanti ubbriachi sul filo di una ragnatela. Ed il pianista? Una mosca solitaria caduta nella tela, che fa sentire il suo agonizzante ronzio. Ed il ragno non si vede. È nascosto bene. Ma anche questa è vita, come ogni miracolo forse più vita del resto!
sabato 23 luglio 2011
Parole...
Sapete perché amo le parole?
Perché descrivono, parlano, raccontano,
traducono i nostri pensieri in delle forme assurde,
in parte li svelano, in parte li rendono inaccessibili.
Amo le parole perché una sola di esse sintetizza mille pensieri
ed altri mille germogliano dallo stesso seme,
in un gioco caleidoscopico di forme mutevoli.
E poi amo le parole perché sono piccole e fragili,
nate in apparenza per vivere pochi istanti,
umili, senza pretese,
vivono del nostro amore,
fragili forme sostenute da esseri tanto più fragili,
per questo poetiche ed eroiche;
si sforzano di descrivere qualcosa senza mai riuscirvi in pieno,
patetiche ed ironiche.
Maggiore è lo sforzo di nettezza tanto più grande il loro imbarazzo.
Perché descrivono, parlano, raccontano,
traducono i nostri pensieri in delle forme assurde,
in parte li svelano, in parte li rendono inaccessibili.
Amo le parole perché una sola di esse sintetizza mille pensieri
ed altri mille germogliano dallo stesso seme,
in un gioco caleidoscopico di forme mutevoli.
E poi amo le parole perché sono piccole e fragili,
nate in apparenza per vivere pochi istanti,
umili, senza pretese,
vivono del nostro amore,
fragili forme sostenute da esseri tanto più fragili,
per questo poetiche ed eroiche;
si sforzano di descrivere qualcosa senza mai riuscirvi in pieno,
patetiche ed ironiche.
Maggiore è lo sforzo di nettezza tanto più grande il loro imbarazzo.
domenica 17 aprile 2011
Spine
Vorrei aprire i miei sensi per poter toccare la vita impenetrabile,
come un istrice poter pungere quella fortezza dove tu sei rinchiusa, irragiungibile.
Come un plastico tiratore di scherma,
in un impeto improvviso ed inopportuno
apro il mio corpo intero ai tuoi facili colpi,
rimango ferito, sanguinante ancora,
ripiegato su me stesso a coprire le mie ferite.
Allora penso che adesso basta con questo centellinare la vita a colpi di fioretto.
Visto che non ti posso colpire, visto che non ti posso ferire, visto che non ti posso guarire,
sarebbe meglio lasciare stare, voltarti le spalle ed uscire dalla porta sul retro.
Avevo pensato di poter versare il mio poco sangue per te, goccia a goccia,
impreziosito da questa veste bianca; ma nemmeno questo posso.
Non mi rimane che la strada, incontrare le altre persone vestite d'autunno, il loro incedere regolare su questi marciapiedi che mi portano non so dove. Una piazza, una via, da essa mille altre vie, ne prenderò una, entrerò in un portone, salirò delle scale arriverò in un terrazzo che si affaccia su un orizzonte incerto. Terrò caro il mio poco sangue e cercherò di farmelo bastare il più a lungo possibile.
Come un cactus abbarbicato sulla roccia, il mio corpo nel frattempo è cresciuto a dismisura e le mie radici sono rimaste piccole; ed allora invidio le quercie ed i pini, vorrei espandermi nella tua fertile terra con la loro prepotenza. Ma ho solo spine sulla mia pelle, che pungono l'aria per carpirne i nascosti odori.
Mi basteranno allora le prime fioriture in primavera che mi ricorderanno te.
Arriverà poi da lontano il profumo pungente del mare.
L'abbraccio caldo degli scogli in mezzo alla tempesta mi ricorderà il tuo duro amore.
come un istrice poter pungere quella fortezza dove tu sei rinchiusa, irragiungibile.
Come un plastico tiratore di scherma,
in un impeto improvviso ed inopportuno
apro il mio corpo intero ai tuoi facili colpi,
rimango ferito, sanguinante ancora,
ripiegato su me stesso a coprire le mie ferite.
Allora penso che adesso basta con questo centellinare la vita a colpi di fioretto.
Visto che non ti posso colpire, visto che non ti posso ferire, visto che non ti posso guarire,
sarebbe meglio lasciare stare, voltarti le spalle ed uscire dalla porta sul retro.
Avevo pensato di poter versare il mio poco sangue per te, goccia a goccia,
impreziosito da questa veste bianca; ma nemmeno questo posso.
Non mi rimane che la strada, incontrare le altre persone vestite d'autunno, il loro incedere regolare su questi marciapiedi che mi portano non so dove. Una piazza, una via, da essa mille altre vie, ne prenderò una, entrerò in un portone, salirò delle scale arriverò in un terrazzo che si affaccia su un orizzonte incerto. Terrò caro il mio poco sangue e cercherò di farmelo bastare il più a lungo possibile.
Come un cactus abbarbicato sulla roccia, il mio corpo nel frattempo è cresciuto a dismisura e le mie radici sono rimaste piccole; ed allora invidio le quercie ed i pini, vorrei espandermi nella tua fertile terra con la loro prepotenza. Ma ho solo spine sulla mia pelle, che pungono l'aria per carpirne i nascosti odori.
Mi basteranno allora le prime fioriture in primavera che mi ricorderanno te.
Arriverà poi da lontano il profumo pungente del mare.
L'abbraccio caldo degli scogli in mezzo alla tempesta mi ricorderà il tuo duro amore.
mercoledì 2 marzo 2011
Piove a Roma
Piove sui sampietrini tra i vicoli del centro, su cui aleggiano ebbre creature venute da lontano, chiuse tra stivali di gomma e minuscoli ombrelli. Piove sulle antenne del mio terrazzo che affondano nel cielo come avide esche a caccia di sogni. Sogni di gente chiusa dietro vetri lucidi ed insensibili , allampate dai bagliori delle televisioni accese. Gente che non sente più il rumore di quella pioggia dimenticata sui tetti, che si abbatte disperata su questi muri sordi che sembrano sudare. Muri millenari che offrono un riparo al vagabondo che ancora li sa ascoltare, che sente quelle gocce cadere sulle squillanti cupole, scendere dai tetti infradiciti, sulle persiane di legno sgarupate, fino alle strade. Ascolta egli questa melodia melanconica a cui partecipano le meravigliose fontane ed i suoi scuri tombini, i gravi autobus e gli stridenti binari, i muretti sgocciolanti e i silenziosi pini, musica che penetra calda nelle sue labbra attraverso quella bottiglia che lo allatta come il capezzolo di una lupa selvaggia. Stretto nell'abbraccio di una madre ritrovata, nel crescendo languido di uno scroscio improvviso, il mondo grato gli tributa quest'ultimo composto applauso prima di dormire.
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